Privacy: perché volerla

Etica ago 26, 2019

“La libertà basta volerla.” (Marguerite Yourcenar)

Dopo le rivelazioni del 2013 di Edward Snowden, i pericoli per le libertà personali connessi alla tecnologia sono stati portati sotto i riflettori mondiali. In realtà è già dagli '80 che si parla della possibilità di violare la privacy delle persone attraverso computer e smartphone, grazie sopratutto alle campagne di sensibilizzazione iniziate da Richard Stallman. Snowden non ha fatto altro che fornire le prove che quello che fino ad allora era solo un pericolo potenziale, è invece una realtà.

Double the movement

Dopo questo evento nessuno è potuto rimanere indifferente. Anche se è impossibile schematizzare le opinioni personali di miliardi di persone, cerco qui di raggrupparle in tre macroaree:

quelli che, colpiti da queste rivelazioni, hanno cercato di cambiare le proprie “abitudini tecnologiche”, per esempio utilizzando software e applicazioni diverse da quelle dei grandi giganti al centro dello scandalo;

altri che sono stati toccati da tutto questo, ma per mancanza di conoscenze o voglia non trovano delle alternative che possano tutelare la loro privacy (a questa categoria di persone ci rivolgiamo noi di Libreadvice.org);

infine ci sono quelli che pur essendo consapevoli del fatto che la loro privacy viene violata, non se ne interessano, poiché pensano che i propri dati saranno usati principalmente per scopi “innocui” e giustificano il proprio atteggiamento con frasi come “non ho nulla da nascondere” o “i miei dati non sono così importanti”.

La violazione della privacy dovrebbe interessare tutti dal momento che può avere ripercussioni pericolose sia a livello individuale sia a livello globale.

Privacy, un valore individuale

“Tutti gli esseri umani hanno tre vite: pubblica, privata e segreta”

Spesso mi è capitato di parlare di questi temi con amici che affermano di non avere nulla sul proprio smartphone o computer di così privato e personale da dover essere nascosto.

C’è addirittura chi ha acconsentito a darmi in mano il suo telefono permettendomi potenzialmente di leggere tutte le sue chat. Tuttavia questo non significa non avere nulla di personale da nascondere. Significa non avere nulla da nascondere a me, un amico che conoscono da anni. Sono sicuro che queste persone sarebbero molto più riluttanti a consegnare il proprio smartphone ad uno sconosciuto. Vale in questo caso l’esempio di Glenn Greenwald:

Discutendo di questo argomento in giro per il mondo, ogni volta qualcuno mi ha detto: "L'invasione della privacy non mi preoccupa perché non ho niente da nascondere". Rispondo sempre la stessa cosa. Prendo una penna, scrivo il mio indirizzo email e dico: "Ecco il mio indirizzo email. Quello che voglio che tu faccia quando torni a casa è mandarmi le password di tutti i tuoi account email, non solo quella elegante e rispettabile che usi per lavoro, ma tutte quante, perché voglio essere in grado di scandagliare quello che fai online, leggere quello che voglio e pubblicare tutto quello che trovo interessante. Dopo tutto, se non sei una persona cattiva, se non fai niente di sbagliato, non dovresti avere niente da nascondere." Nessuno ha accettato la mia offerta.

Infatti come afferma Gabriel García Márquez “tutti gli esseri umani hanno tre vite: pubblica, privata e segreta”. Tutti cercano sul web e scrivono o dicono cose che vorrebbero nessuno sapesse.

Se non siamo disposti a mostrare le nostre informazioni ad uno sconosciuto perché dovremmo acconsentire che tali informazioni siano disponibili a Google, Facebook o Amazon?

Edward Snowden ritiene: “Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire”. In effetti chi ritiene che la privacy non sia da salvaguardare, deve considerare che per molte persone questa è invece imprescindibile. Basta pensare ai giornalisti o agli attivisti che vivono in paesi in cui la censura e le violenze sono all’ordine del giorno, al punto che la possibilità di difendere i propri dati personali garantisce l’incolumità di queste persone.

Questo significa che la privacy è un elemento fondamentale della libertà individuale, in quanto è connessa alla libertà di espressione, pensiero e parola. Rinunciare ad essa significa rinunciare alla propria libertà.

Chi non è convinto tenga conto che la riservatezza è universalmente riconosciuta come uno dei diritti fondamentali dell’uomo. L’articolo 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stabilisce:

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Quindi chi dichiara di non essere interessato alla privacy sta di fatto rinunciando a uno dei suoi diritti fondamentali.

C’è tuttavia da fare una distinzione. Chi ritiene di non avere nulla da nascondere, potrebbe essere sia una persona che non si interessa affatto della privacy (e di cui si è parlato sopra), sia una persona che ritiene che la privacy sia importante per molti individui e in molti contesti, ma ritiene che non sia importante nel suo caso specifico.

In questo secondo caso le motivazioni potrebbero essere le più disparate. Per esempio si potrebbe pensare che i dati più appetibili siano quelli di politici, industriali o altre figure ricattabili o attaccabili che hanno certamente molte cose da nascondere. Questo non è corretto. Ogni dato può avere ripercussioni enormi se collegato ad altri dati.

Inoltre penso che certi ragionamenti nascano dal fatto che queste persone non siano sufficientemente informate su quali dati personali possiedono le compagnie e come fanno ad ottenerli; oppure non conoscono i modi in cui i dati possono essere usati, anche quelli apparentemente insignificanti di una persona che conduce un vita normale.

Riguardo al primo punto, cioè cosa le compagnie possono sapere di noi, portiamo solo pochi esempi, non esaustivi. Google in ogni momento può sapere questo di noi: dove siamo stati, che cosa abbiamo cercato sul web, le app che usiamo, i video cercati su YouTube, quello di cui potremmo avere bisogno, la routine giornaliera, le nostre foto, le email che mandiamo, ecc.2 Altre compagnie ovviamente non sono da meno.

Inoltre i modi in cui queste informazioni vengono collezionate possono essere subdoli. Per esempio Amazon Echo ascolta e guarda tutto quello che facciamo oppure si pensi a Facebook, al quale per tracciare un sito che noi visitiamo basta semplicemente che in quel sito sia presente un bottone “mi piace”.
Per quanto riguarda il secondo punto, sono innumerevoli le cose che possono essere fatte coi nostri dati. La più banale è l'utilizzo delle nostre informazioni per creare annunci pubblicitari cuciti su misura per noi, che vengono inseriti nei siti che visitiamo o nei social network. Molti possono pensare che questa non sia una cosa negativa e che anzi sia molto comodo avere a portata di click ciò di cui si ha bisogno.

Tuttavia bisogna tenere presente che questi possono essere strumenti in grado di influenzarci, per esempio facendoci comprare più cose di cui non sapevamo nemmeno di avere bisogno.

Privacy come valore collettivo

Grandi masse di dati a disposizione di un solo soggetto possono essere molto pericolose.

Ammettiamo che una persona effettivamente non abbia nulla da nascondere, nulla che voglia tenere privato e non sia interessato all’uso che possa venir fatto dei suoi dati personali, dal momento che ritiene che pubblicità targhettizzate o altro semplifichino la vita.

Anche in questa prospettiva ognuno di noi dovrebbe interessarsi della propria privacy.

Infatti bisogna considerare che i nostri dati, anche se pochi e apparentemente non appetibili, vanno ad unirsi ad altri dati. Si parla di informazioni personali di milioni e milioni di persone. Informazioni che consentono di conoscere i nostri gusti personali, le opinioni, gli interessi e via dicendo.

Queste grandi masse di dati a disposizione di un solo soggetto possono essere molto pericolose. Questi potrebbero essere venduti al migliori offerente, potrebbero essere utilizzati per avvantaggiare un partito politico piuttosto che un altro, possono essere utilizzate per generare profili psicologici o prevedere i comportamenti delle persone.

In poche parole, informazioni innocue come le ricerche sul web o i prodotti acquistati online possono diventare strumenti di potere.

Potrebbe sembrare fantascienza. Ma non lo è. Basta considerare due esempi molto celebri che hanno trovato molto spazio sui quotidiani mondiali.

Il primo riguarda proprio le rivelazioni di Snowden, in particolare parlo del programma “Prism”.

Si tratta di un programma di sorveglianza di massa realizzato dalla National Security Agency, attivo dal 2007 in grado di immagazzinare informazioni provenienti dal traffico internet attraverso email, chat, chat vocali, video, foto, trasferimento di file. Tutto è reso possibile dalla collaborazione della NSA con alcuni tra i maggiori service provider come Google, Facebook, Microsoft, Apple, Yahoo e AOL.

Il secondo esempio che propongo è il recente scandalo di Cambridge Analytica.

Questa è una società specializzata nel raccogliere dai social network un’enorme quantità di dati sui loro utenti, fondata nel 2013 da Robert Mercer, un miliardario imprenditore statunitense con idee molto conservatrici. Questi dati venivano poi usati dalla compagnia per modificare non solo i gusti degli utenti (cosa comune ormai nel marketing digitale), ma anche le loro emozioni. È provato che nel 2016, il comitato di Trump affidò a Cambridge Analytica la gestione della raccolta dati per la campagna elettorale e l’organizzazione della campagna on-line. Nel 2017 come se non bastasse l’azienda aveva utilizzato dati e informazioni sugli utenti per condizionarli e fare propaganda a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Cambridge Analytica era stata in grado di creare un enorme archivio grazie alle informazioni di 50 milioni di profili Facebook, ottenuti impropriamente (queste informazioni erano state vendute da terzi, cosa che viola i termini d’uso di Facebook). Ciò che è allarmante è però il fatto che Facebook, nonostante fosse al corrente del problema da circa due anni, abbia deciso di agire solo dopo aver saputo della futura pubblicazione degli articoli sul caso da parte del Guardian e del New York Times.

Conclusioni

La privacy è fondamentale sia a livello personale che a livello globale e la sua violazione limita la libertà degli individui.

La cattiva notizia è che molte volte non possiamo opporci al prelevamento di informazioni. Infatti in alcuni casi agiscono forze e sistemi molto più grandi del semplice cittadino, come i riconoscimenti facciali messi in campo da alcuni governi, da cui non si può scappare.

Tuttavia si può fare molto per limitare la violazione dei dati personali cambiando alcune abitudini quotidiane. Infatti puoi difendere la tua privacy in modo efficace proprio nel luogo in cui è più facile che essa sia violata: il web.

Basta utilizzare software etici e liberi sui device. Noi di Libreadvice.org cerchiamo proprio di aiutare le persone a conoscere e a usare questi strumenti. Molte volte le alternative oltre ad essere più etiche e rispettose della privacyfunzionano bene come un software proprietario (generalmente portato a violare le informazioni personali) se non meglio!

Alcune precisazioni

I dati e le informazioni personali non sono sbagliati o nocive per se.

Come sottolinea Sir. Tim Berners-Lee i dati vanno condivisi e resi disponibili a tutti. Questo può sembrare in contraddizione con quanto detto fino ad ora. In relatà l’inventore del World Wide Web afferma che le moderne tecnologie possono permettere di collezionare dati come non mai e collegando questi dati (Linked data) le conseguenze positive possono essere enormi.

Per esempio potrebbe trarne beneficio la ricerca o l’economia. Infatti analizzando i dati medici si potrebbe capire molto sulle malattie e come curarle e analizzando i dati economici si potrebbero costruire modelli che rendono l’economia più stabile.

Quindi che cosa è sbagliato riguardo i dati?

È sbagliato che essi ci siano prelevati senza il nostro permesso. Non ci viene data possibilità di scegliere se condividere o meno i nostri dati su Facebook o Google, questi vengono semplicemente presi.

È inoltre sbagliato che una volta prelevate, le informazioni siano utilizzate per scopri privati e siano tenute stretti dalle grandi compagnie e dai governi, non permettendo a chi ha buone intenzioni di utilizzarli. In questo modo gli scopi per cui vengono usati come si è visto sono principalmente commerciali e politici.

Leonardo L. Vignini

Laureato in Filosofia. Studente di Sviluppo Locale e Globale. Impegnato nell'etica del software e nella difesa della privacy.